Blog Ottobre 4, 2026

Resident Evil di Zach Cregger: la recensione senza spoiler

Il Resident Evil di Zach Cregger raccontato attraverso gli occhi di Bryan, un corriere medico intrappolato nell’incubo di Raccoon City. Una recensione personale e senza spoiler che esplora tensione, vulnerabilità e desiderio di tornare a casa, tra richiami alla saga e un confronto con The Last of Us: quanto può spingerci a sopravvivere l’amore per chi ci aspetta?

ARTICOLO DIIacopo Vignali•9 MIN DI LETTURA

Resident Evil di Zach Cregger: scusate il ritardo, ero ancora bloccato a Raccoon City

Lo so. Vi devo delle scuse, e ve le devo sul serio.

Il Resident Evil di Zach Cregger è nelle sale italiane da settimane. Io arrivo solo adesso. Avrei potuto scrivere a caldo, appena uscito dal cinema, con il cuore ancora a mille e le mani che tremavano. Non ce l’ho fatta.

Questo articolo l’ho iniziato, cancellato e ricominciato più volte di quanto voglia ammettere. Il motivo è semplice: ho aspettato questo film per mesi. E quando finalmente l’ho visto, mi ha spiazzato.

Così sono tornato in sala. Poi ho riacceso la console. Poi ci ho ripensato ancora, di notte, come si fa con i film che ti restano addosso.

C’è anche un’ironia che non mi sfugge. Il protagonista di questo film è un corriere con una consegna in ritardo. Beh, anche la mia consegna è in ritardo. La differenza è che la mia, almeno, non rischia di trasformarsi in un mostro.

Adesso sono pronto. Allacciate le cinture, perché da qui in avanti non si frena più.

Un’attesa lunga quasi trent’anni

Facciamo un passo indietro. Anzi, facciamone parecchi.

Era il 1996 quando la villa Spencer ci ha insegnato cosa fosse il survival horror. Telecamere fisse, controlli “a carro armato”, munizioni contate e quella porta che si apriva lentamente, mentre il caricamento ci teneva col fiato sospeso. Da lì è nato tutto.

Il cinema, però, con Resident Evil non è mai stato gentile. Nel 2002 è arrivata la saga con Milla Jovovich: sei film, tanta azione, pochissimo dell’anima dei giochi. Nel 2021 Welcome to Raccoon City ha provato a essere fedele, senza riuscirci davvero. Della serie Netflix, onestamente, preferisco non parlare.

Per vent’anni abbiamo visto film su Resident Evil. Mai un film che ci facesse sentire dentro Resident Evil.

Perché questo film è davvero “diverso”

Zach Cregger, il regista di Barbarian e Weapons, ha scelto la strada più coraggiosa. Niente Leon. Niente Jill. Niente Alice.

Insieme a Shay Hatten ha scritto una storia originale, ambientata ai margini della notte più famosa della saga: quella di Resident Evil 2, quando Raccoon City crolla sotto il T-Virus. Non un remake, quindi, ma un racconto parallelo. Un “mentre succedeva tutto quello che conoscete, qui succedeva questo”.

E vi dico subito una cosa: è stata la scelta giusta. Le storie di Leon e Claire le abbiamo già vissute, pad alla mano. Cregger lo sa, e lo dice apertamente. Al cinema ci voleva qualcos’altro.

Bryan, il corriere che potevo essere io

Il protagonista si chiama Bryan, e lo interpreta un Austin Abrams in stato di grazia. Bryan è un corriere medico. Niente addestramento militare, niente S.T.A.R.S., niente pistola nella fondina.

È la fine del turno. Gli propongono un’ultima consegna, pagata il doppio, fino al Raccoon City General Hospital. Fuori nevica. Al telefono c’è la sua compagna, e quella chiamata gli mette in testa un pensiero enorme: diventare padre.

Poi la strada. Poi una donna che sbuca dal nulla. E da quel momento la notte gli crolla addosso.

Non vi dico altro, perché questa recensione resta senza spoiler. Vi dico solo che il primo atto è tra le cose più tese che abbia visto in sala da anni. Bryan non capisce cosa sta succedendo. E noi, che invece lo sappiamo benissimo, gli urliamo contro lo schermo.

Un NPC che diventa protagonista

Molti critici hanno descritto Bryan come un “NPC” finito nel posto sbagliato. Hanno ragione, ed è proprio questo il punto.

Bryan è uno di quei personaggi che, nei giochi, vediamo morire sullo sfondo. Il tizio che bussa disperato alla porta della stazione di polizia. Quello che scappa nel vicolo mentre noi passiamo oltre. Cregger prende quella comparsa e le dà un nome, una paura, una famiglia.

Il risultato? Ogni mostro che incontra sorprende lui esattamente come sorprende noi.

Quando lo schermo diventa un pad

Ed eccoci alla parte più personale di questo articolo. Quella che mi ha fatto ritardare più di tutto il resto.

A un certo punto, durante il film, ho smesso di guardare Bryan. Ho cominciato a essere Bryan.

Sentivo il freddo della neve. Contavo mentalmente le vie di fuga. Mi chiedevo se avrei aperto quella porta, o se sarei rimasto immobile. E ogni volta che il telefono squillava, pensavo a chi mi stava aspettando a casa.

Mi era successo solo un’altra volta, in modo così forte. Con The Last of Us Parte I e II.

Ne ho già parlato qui sul blog, nell’articolo The Last of Us: amare oltre il bene e il male. Lì scrivevo di come Naughty Dog mi avesse costretto a camminare nelle scarpe di Joel ed Ellie. A capire scelte che, dall’esterno, sembrano imperdonabili.

Due immedesimazioni, una stessa ferita

La differenza è sottile, ma importante.

Joel è un sopravvissuto. Ha già perso tutto, e combatte per non perdere ancora. Bryan, invece, non ha ancora perso niente. Ha tutto da perdere, e nessuna idea di come proteggerlo.

Eppure il cuore delle due storie è lo stesso: la paternità come motore della sopravvivenza. Joel combatte per una figlia che non è sua. Bryan combatte per un figlio che non è ancora nato.

Ed è lì che il film mi ha preso. Non con i mostri. Con quella telefonata.

La tecnologia che passa dal pad al grande schermo

E poi c’è la regia, ed è qui che il fan dentro di me ha esultato.

In alcuni momenti la macchina da presa cambia prospettiva all’improvviso. Passa a una visuale in prima persona, poi a una inquadratura alle spalle del protagonista. È la grammatica dei Resident Evil moderni: la telecamera over-the-shoulder nata con il quarto capitolo e la prima persona di Biohazard.

Cregger non la usa come trucco. La usa per farci sentire il controller tra le mani, anche senza tenerlo.

A questo aggiungete creature realizzate con effetti pratici, sangue a volontà e infetti che non somigliano per niente agli zombie lenti di una volta. Il risultato è un film che respira come un videogioco moderno.

Horror, adrenalina e una risata nervosa

Ora, voglio essere onesto con voi. Qui raccontiamo il gaming con metodo, non con l’hype.

Il film di Cregger non è perfetto. La prima metà, quella tra neve, strade di campagna e solitudine, è semplicemente magistrale. La seconda, una volta dentro Raccoon City, diventa più spettacolare e un po’ meno spaventosa. L’ultimo atto corre veloce, forse troppo.

E poi c’è l’umorismo. Cregger ama punire il suo protagonista, e lo fa con una cattiveria che fa ridere. C’è parecchio di La casa 2 di Sam Raimi in questo film. A qualcuno questo tono non piacerà, e lo capisco.

Io, personalmente, l’ho adorato. Perché quella risata nervosa è la stessa che mi scappava da ragazzo, quando un cane sfondava una finestra e il pad mi volava di mano.

I numeri danno ragione a Cregger

Non sono l’unico ad averlo amato. Il film è diventato il Resident Evil live-action meglio recensito di sempre, con un punteggio su Rotten Tomatoes che nessun capitolo precedente si era nemmeno sognato.

Anche il pubblico ha risposto: il debutto negli Stati Uniti è stato il migliore della carriera di Cregger.

Dopo ventiquattro anni di tentativi, finalmente un film di Resident Evil di cui andare fieri.

RELOADZ // DOSSIER CINEMA SENZA SPOILER

ULTIMA STANZA · IL VERDETTO

Il mio verdetto La paura resta. Il cinema colpisce.

Il Resident Evil di Zach Cregger non è il film che mi aspettavo. È meglio.

Non adatta un gioco. Adatta la sensazione di giocarci. Quella paura di girare l’angolo, quell’ansia di avere poche risorse, quel sollievo assurdo quando trovi una stanza sicura.

E soprattutto mi ha regalato un protagonista in cui riconoscermi. Un ragazzo normale, spaventato, che vuole solo tornare a casa da chi ama.

Non adatta un gioco.
Adatta la sensazione di giocarci.

COSA FUNZIONA

I punti di forza

  • Un primo atto teso come pochi horror recenti
  • Austin Abrams, semplicemente straordinario
  • Una regia che porta il linguaggio del videogioco al cinema
  • Il rispetto per la lore, senza esserne schiavo

COSA CONVINCE MENO

I punti deboli

  • Un ultimo atto un po’ frettoloso
  • Un tono horror-comedy che dividerà i fan più puristi
DOSSIER COMPLETATO La stanza è sicura. Per ora.
RELOADZ / ARCHIVIO RESIDENT EVIL

Dalla villa Spencer a Requiem: una transizione nel tempo

La cosa che mi ha stupito di più, però, è un’altra. Questo film sembra attraversare trent’anni di Resident Evil in novanta minuti circa.

Guardatelo con gli occhi del giocatore e ve ne accorgerete.

Apri i dossier. Segui le tracce dell’orrore.
DOSSIER 01 ORIGINI Gli anni delle telecamere fisse Ogni porta potrebbe essere quella sbagliata.

L’orrore dei luoghi chiusi, delle stanze che non dovresti aprire, del silenzio prima dello scatto.

Telecamere fisse Spazi chiusi Attesa

Prima ancora del mostro, è lo spazio a metterti paura.

DOSSIER 02 RACCOON CITY L’era di Resident Evil 2 Non basta fuggire. Qualcosa continua a seguirti.

Raccoon City, la neve, l’ospedale come meta finale. E soprattutto una creatura originale che insegue Bryan ovunque, comparendo sempre nel momento peggiore.

Chi ha giocato con Mr. X alle calcagna sa esattamente di cosa parlo.

Raccoon City Inseguimento Mr. X

Il terrore ha un passo. E si sta avvicinando.

DOSSIER 03 ISOLAMENTO La svolta di Resident Evil 7 Sei entrato in una casa che non ti vuole.

La casa di campagna, l’isolamento rurale, la sensazione di essere un ospite indesiderato. Sembra di sentire l’odore della casa dei Baker.

Casa dei Baker Orrore rurale Isolamento

Qui l’orrore non ti insegue soltanto. Ti ospita.

DOSSIER 04 VULNERABILITÀ L’eredità di Requiem Sopravvivere non significa essere invincibili.

Grace Ashcroft ci aveva già mostrato un protagonista fragile, vulnerabile, lontanissimo dagli eroi muscolosi. Bryan porta quell’idea ancora più in là.

Grace Ashcroft Fragilità Sopravvivenza

Il coraggio comincia dove finiscono le certezze.

QUATTRO EPOCHE. UNA PAURA CHE CAMBIA FORMA.

E voi, siete già stati a Raccoon City?

Ora tocca a voi. Avete visto il film? Vi siete sentiti anche voi un po’ Bryan, o il tono vi ha lasciato freddi?

Scrivetelo nei commenti: voglio leggere ogni singola opinione, anche quelle che non la pensano come me.

Firma nei commenti

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Se invece volete scoprire perché certe storie ci entrano sotto la pelle, recuperate il mio articolo su The Last of Us.

Ci vediamo alla prossima consegna. Questa volta, promesso, in orario.

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